Francesco è un pittore autodidatta di ottantotto anni. La pittura ha accompagnato tutta la sua vita come un hobby e una passione, ma anche come una forma di introspezione e ricerca personale. È un uomo di cultura, amante di tutte le arti: dipinge, scrive, suona, e si definisce con orgoglio un “anarchico” in senso totale, capace di sfidare le convenzioni con il suo spirito libero.
La sua storia recente è segnata da un carcinoma alla prostata e da metastasi ossee, emerse a seguito di una caduta. Cammina con un deambulatore, ma il peso della malattia e il progressivo peggioramento delle sue condizioni fisiche lo hanno portato in uno stato di profonda depressione. Ha una grande famiglia, con tre figli affettuosi che lo visitano frequentemente, portando con sé tracce della sua vita passata. La sua stanza è decorata dai suoi quadri — simboli di una vitalità artistica che sembra contrastare il declino fisico.
Riprendere un filo interrotto
In un primo momento, Francesco manifesta il desiderio di una ripresa fisica, di “sistemare le cose” — forse i conflitti irrisolti della sua vita. Con il peggioramento delle sue condizioni, questa speranza si trasforma in una consapevolezza dolorosa: la sua autonomia sta svanendo.
In questo contesto di vulnerabilità, gli propongo di riprendere un’idea pittorica che aveva accantonato prima della malattia. Si tratta di un progetto basato sulle sovrastrutture, con un’impronta filosofica e concettuale che rispecchia la sua complessità interiore. Francesco accoglie l’idea con entusiasmo e mi chiede materiali specifici. La sua energia, pur limitata, si concentra su questo obiettivo: alla scrivania della sua stanza, iniziamo un lavoro a quattro mani che riproduce il suo stile e la sua visione.
La composizione
Creiamo una marina stratificata, su tre livelli: il mare — un cartoncino azzurro come base —, una gabbia di ferro simile a un ponteggio disegnata con matite colorate, e le imbarcazioni senza scafo che veleggiano in direzioni opposte. Alcune verso destra, ma una — simbolica — verso sinistra.
Le onde sono caratterizzate da piccole creste spumose delineate con pennarello bianco. Le vele, dipinte ad acrilico puro, lasciano volutamente intravedere ciò che si trova sotto. L’opera è incorniciata su cartoncino nero, con una seconda cornice disegnata a mano, a sottolineare l’intenzione di contenere e definire il contenuto.
Questa composizione non è solo un’opera artistica: è un riflesso del mondo interiore di Francesco. Il mare rappresenta la profondità emotiva, le imbarcazioni senza scafo incarnano la vulnerabilità e il desiderio di veleggiare controcorrente, la gabbia di ferro simboleggia le sovrastrutture e le complicazioni della vita. Il bisogno di definire e contenere emerge con forza.
Il compimento
Francesco, pur soddisfatto del risultato, avverte che questa è una conclusione — il compimento di un capitolo della sua vita. Non sente più il bisogno di creare; anzi, si manifesta in lui un desiderio di riposo, un bisogno di lasciar andare.
Durante il mese e mezzo di percorso, la relazione con la famiglia si sviluppa in un clima di fiducia e collaborazione. I figli, presenti e attenti, condividono gli obiettivi di cura e cercano di rispettare i bisogni del padre. Con l’aggravarsi della situazione, lascio andare l’idea di coinvolgerlo ulteriormente nell’attività artistica, riconoscendo che il suo percorso è ormai giunto al termine.
L’arteterapia per Francesco è stata un dialogo interiore, una possibilità di elaborare e definire il suo vissuto in una forma concreta e simbolica. Non si è trattato solo di “fare arte”, ma di esplorare il suo mondo interiore, dare voce alle sue emozioni e chiudere, con dignità e autenticità, un ciclo della sua vita.