Capitolo 3

Dieci stanze abitate

Il diario di una giornata tipo in Hospice. Dieci stanze, dieci storie, dieci modi diversi di stare al mondo.

La mia giornata inizia con la consegna in équipe: ascolto con attenzione gli aggiornamenti sulle persone ricoverate e sulle loro condizioni di salute. Ogni dettaglio è prezioso per comprendere il contesto in cui andrò a operare. Preparo il carrello dei materiali, scegliendo con cura ciò che potrebbe rivelarsi utile, e inizio il mio giro.

Le stanze sono dieci. Ognuna racconta una storia diversa, ognuna ospita un vissuto unico.


Stanze 1 e 2. Il silenzio regna. I pazienti dormono profondamente; non li disturbo. So che anche il riposo fa parte del loro percorso e rispetto il loro tempo.

Stanza 3. Un paziente in preda al delirio, tipico dell’irrequietezza terminale, parla da solo. La sua agitazione riempie lo spazio, ma scelgo di non interferire, consapevole che la mia presenza potrebbe accentuare il disagio. Proseguo.

Stanze 4 e 5. “No grazie, non mi interessa la sua attività, sono davvero negato per il disegno!” — una risposta che sento spesso. Provo a spiegare che non si tratta solo di disegnare: ci sono materiali di ogni tipo, immagini da osservare, colori da esplorare. Alcuni si lasciano incuriosire e accettano; altri ringraziano, educati, ma mi dicono di non avere voglia. Accetto sempre, senza forzare.

Stanza 6. “Vorrei, grazie, ma sono troppo debole… magari domani.” È un rifiuto gentile che porta con sé una traccia di speranza. Tornerò domani o nei giorni successivi, fiduciosa, senza insistere. La disponibilità può cambiare.

Stanza 7. Qui il dolore è tangibile. I parenti sono raccolti attorno al letto del loro caro, che è agli ultimi momenti di vita. Scelgo di non entrare. Questo è un tempo sacro da rispettare.

Stanza 8. Anche qui ci sono familiari in visita. Portano dolci, ridono piano, cercando una parvenza di normalità. Non voglio interrompere quei momenti di intimità preziosa.

Stanza 9. Il paziente guarda distrattamente la televisione, apatico, senza interesse per ciò che lo circonda. Provo ad avvicinarmi, ma un gesto della mano mi allontana. Lo rispetto, non insisto. Non sempre si è pronti per qualcosa di nuovo.

Stanza 10. Qui trovo Gemma. Mi sta aspettando, il suo volto si illumina appena entro. È in questi momenti che comprendo il senso del mio lavoro, il valore di esserci, di costruire una piccola connessione.


Questo giro quotidiano non è solo una routine: è un viaggio attraverso le complessità emotive e relazionali dell’Hospice, un mosaico di storie che s’intrecciano tra la vita, la sofferenza e l’arte. In ogni stanza porto con me la consapevolezza che ogni incontro, anche fugace, ha un peso, una sua dignità, e lascia una traccia.

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